Coincidenza è logico

giovedì 17 febbraio 2011

Il presidente della Repubblica è appeso

Vivere in Italia è essere immerso nei colori, profumi, sapori. L'Italia è amicizia, amore, passione. Ma per uno straniero l'Italia è anche il non capire tutto, non dopo 14 anni che si vive nel bel paese, e probabilmente mai...

PhotobucketOggi è il 17 febbraio. Tra un mese, esattamente quattro settimane, ci sarà la festa per i 150 anni dell'unità d'Italia. Una festa nazionale. Se la festa ci sarà. Non si capisce, almeno io non capisco.
La parte nord della regione autonoma del Trentino-Alto Adige non festeggia. I Süd-Tirolesi, con presidente Luis Durnwalder in prima fila, non si sentono Italiani. Le scuole in Alto Adige chiuderanno però il 17 marzo. Tante altre scuole Italiane però rimarranno aperte,  almeno se seguono le indicazioni del ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca. Indicazioni che semplicemente non ci sono. Di conseguenza ogni regione deciderà per sè e per le sue scuole. E' la festa per i 150 anni dell'unità d'Italia.
Mariastella Gelmini è il ministro dell'istruzione, dell'università e delle ricerca. Lei vuole che le scuole rimangano aperte, ma non vuole (o non può) prendere una decisione così grande da sola. C'è il Consiglio dei Ministri che deve decidere, ma fino ad oggi - un mese prima della Festa Nazionale - questo consiglio non ha ancora potuto (o voluto) fare la sua scelta tra il sì e il no. Forse. Nel Consiglio dei Ministri ci sono dei grandi sostenitori della festa e ci sono dei grandi oppositori contro la festa. La festa. La festa per i 150 anni dell'unità d'Italia.


 


Conosco un dirigente scolastico. E' il suo primo anno in questo ruolo. Cerca qualche volta con fatica, ma sempre con molto entusiasmo la sua strada nel labirinto di regole e leggi. Gli allievi sono in primo piano per lei, ma fa tutto per dare lo spazio, più o meno dovuto, agli insegnanti, bidelli, personale dell'amminstrazione, eccetera, eccetera. Anche ad un neo-dirigente di una scuola statale non sfugge il mostro dei tagli imposti dall'alto. Ci si chiede su quali risorse si potrà ancora contare e  cosa non si potrà più fare. Un lavoro molto serio, problemi molti seri.
Non deve essere molto divertente dover rispondere ad un genitore di non sapere ancora se la scuola rimane aperta il 17 marzo o no. Non da molto senso di professionalità, esattamente quella professionalità che i genitori aspettano da un dirigente scolastico.

Oggi questo dirigente scolastico ha appeso la fotografia di Giorgio Napolitano nel suo ufficio. L'undicesimo presidente della Repubblica, in una cornice azzurra, è appeso a fianco di due disegni, fatto di bambini, della fiaba Nuvolina.
Mi sembra un bel gesto.


Photobucket

mercoledì 2 febbraio 2011

Nebbia

Ci sono degli eventi che ci restano nella testa, chiarissimi, per anni, per decenni. Altre cose dimentichiamo. Può aver a che fare con qualche disinteresse. O con l'età, o con il tempo. Più di tutto con il tempo, credo.
Quello che è successo tanto tempo fa si dimentica, o almeno i ricordi sbiadiscono, diventando così sempre più dei ricordi di ricordi. E se il tempo si fermasse? Cesserebbe il dimenticare?


  
C'è nebbia. Il fenomeno appartiene al territorio, le terre dell'acqua. Le terre dell'acqua al nord di Bologna su cui sono stati spalmati i comuni Anzola dell'Emilia, Calderara di Reno, Crevalcore, Sala Bolognese, San Giovanni in Persiceto e Sant'Agata Bolognese. E 'il confine meridionale della Pianura Padana, lì dove l'orizzonte comincia a profilarsi seguendo la linea dell'Appennino.
Pensavo di ricordarmi la nebbia degli anni che ho vissuto Ferrara, circa un decennio fa. Solo ora però mi rendo conto che mi è rimasto solo una parte. I ricordi sono la sostanza, quasi tangibile, e soprattutto la sua profondità. Quello che ho dimenticato è la durata nel tempo del fenomeno, la sua 'larghezza'. A volte è per giorni e giorni che il grigio regna la pianura, assorbendo suono, assorbendo luce e oscurità, assorbendo il senso di direzione e il senso del tempo.

La nebbia. Silenziosa. Immobile. Sembra che con il tempo la nebbia prenda possesso di tutto ciò che succede nella nube. I colori perdono il loro potere, i suoni perdono il loro volume e la terra perde velocità. La nube grigia si deposita come dei fini grani di sabbia tra le ruote dentate che avanzano il tempo. Le lancette fanno sempre più fatica a muoversi sul quadrante ed a ragguingere il prossimo minuto.




Il tempo sembra essere fermo, ma ovviomente non è vero. E anche il dimenticare non si è fermato.
Quindi bisogna correre per prendere l'autobus dopo aver dimenticato ad uscire da casa in tempo. 


sabato 25 dicembre 2010

Un Natale che passa come una scoreggia

SAM_3074b

Natale passa come una scoreggia, caldo e pieno di odori.
Fuori sono 12 gradi, dentro il doppio. Il forno si apre, il forno si chiude. Padelle e pentole sul fuoco. Si cucina, si mangia, si beve. Oggi si sta in casa.
Chi va fuori fuma una sigaretta, o fa un giro con il cane, o fa un giro con il cane e fuma una sigaretta. Le strade sono deserte. Il lontano rom-be-de-bom-rom-be-de-bom delle ruote di un treno sui binari disegna una linea vaga sul telo incontaminato della serenità. Nel giro di un quindicina di secondi però il silenzio riesce ad affogare il ronzio e riempe di nuovo il quadro.
...
...
...
L'allarme strillante del supermercato strappa bruscamente la pace come il coltello di Fontana. L'uscita dell'emergenza si apre e due Babbi Natale si butano fuori. Ad una distanza di un paio di metri seguono due addetti di una ditta di sorveglianza. Nonostante il vantaggio dei Babbi Natale è una gara iniqua. I sorveglianti, giovani, veloci, snelli nelle loro divise blu scure raggiungono gli avversari della squadra rossa in un batter d'occhio e con un doppio placcaggio che fa pensare alle migliore partite della nazionale azzurra di rugby riescono ad interompere la fuga. - Umpf! 
Segue un breve combattimento durante quale diventa presto chiaro che un surplus di peso non è sempre un beneficio. Uno a zero per la squadra blu scura. I sorveglianti reclamano ad alta voce il loro regalo per Natale, il quale ovviamente non hanno ancora ricevuto.
Uno dei Babbi Natale tira fuori della tasca interna un mezzo salame. ,,Ne ho preso solamente un piccolo morso'', borbotta mentre lo consegna. Dai pantaloni dell'altro Babbo compare un mezzo chilo di Grana Padano, ancora nel cellofan. I sorveglianti accettano i loro doni, brillano di gioia. ,,Grazie, Babbo Natale'', sussurrano all'unisono.
Si alzano, scendono in macchina e partono. Anche i Babbi Natale si allontano, nell'altra direzione. Il mormorio della macchina diminuisce velocemente, dall'altra parte si sente un 'ho-ho-ho' sollevato.
Un'attimo dopo regna di  nuova il silenzio, come se niente fosse successo. E' Natale, un Natale che passa come una scorreggia.


SAM_3080b

mercoledì 8 dicembre 2010

L'agitazione è rimasta ancora per tanto tempo al mercato di Calderara di Reno ...

Il lunedi mattina è il giorno di mercato a Calderara di Reno. Dico apposta lunedi mattina, perché nei Paesi Bassi un mercato dura tutta la giornata. I primi tempi in Italia fu una cosa a cui abituarmi. Veloce veloce andando durante la pausa pranzo dal lavoro al mercato. Tutto ciò che mi restava erano i cartoni vuoti e i rifiuti della frutta e verdura.
Ancora non sono riuscito a capire perché nei paesi nordici il mercato dura una intera giornata, mentre i visitatori al mercato dell'Europa meridionale si devono accontentare di solamente la mattina.

Ombrelli si aprono e si chiudono. Con intervalli irregolari i visistatori al mercato si trovano partecipanti ad un'altra depressione autunnale che rifiuta di passare senza aver lasciato qualche traccia. Mi viene in mente un immagine della mia infanzia, il giorno del bucato dai nonni.  Le nuvole, pesanti e piene di acqua come le gonne della nonna.  Le nuvole che pendono, grigie e basse, sopra il paese. Si può quasi toccarle.
La moda invernale esposta non rallegra le cose. Sembra che la merce abbia assorbito i vari toni di grigio della coltre di nuvole, trasformando il cliente ignaro in una piccola nube temporalesca. Perfino le pantofole, di solito così allegramente colorate, sembrano giacere sotto un sottile strato di tristezza.
Fortunatamente da qualche settimana il Natale si sta annunciando. Palline di natale, corone di Natale, fili di luci, lampeggianti e no, compaiono sempre più numerosi sul mercato per Calderara di Reno. Anche i Babbi Natale sono arrivati. Quest'ultimo fatto provoca un'agitazione notevole, perché, come ogni anno, c'è una vera e propria battaglia per il posto migliore.



"Ehi, ragazzo!... Ehilà, giovanotto!!! Dove pensi di andare?''
"In cima, collega'', è la risposta fiduciosa. "Hai qualcosa in contrario?''
"Boh, non hai l'intenzione di finire tutto in cima, spero. Perché quello è il mio posto''.
"Qui nessuno ha un suo posto, vecchio. Chi tardi arriva, male alloggia.''
"Beh, sono stato qui anche l'anno scorso, quindi il primo a scegliere il suo posto sono io.''
"Se nessuno è riuscito a venderti l'anno scorso, nonno, non credere che il tuo valore commerciale sia aumentato. Puoi tranquillamente dimenticarlo. E innanzitutto sono quasi arrivato; il posto in cima è mio.''
In quel momento uno dei Babbi Natale (quello dell'anno scorso) azzanna il polpaccio dell'altro (quello di quest'anno). Quello esplode in una varietà sorprendente di imprecazioni e prende l'altro selvaggiamente a calci, sperando di liberare la sua gamba dalle mascelle "terrieresche" dell'altro. Quest'ultimo però non molla e ringhiando rende noto di possedere un arsenale di parolaccie ancora più ampia.
Un crescente gruppo di passanti divertiti sta seguendo lo spectacolo. I due Babbi Natale hanno completamente dimenticato perché sono qui (per essere venduti e per ottenere un bel posto su un balcone o un altro) e intanto la loro discussione si è trasformato in una rissa vergognosa. Ogni tanto esce un pugno fuori dal pasticcio rosso, dei capelli bianchi volteggiano in giro, un paio di occhiali si rompe, un po' di sangue cola da un naso ancora più rosso del normale.

Quello che segue è inevitabile. Uno dei Babbi Natale (credo quello di quest'anno) perde la presa e cade per terra. Nella sua caduta trascina l'altro Babbo Natale (deve essere quindi quello dell'anno scorso) con se. Finiscono con due colpi sulla strada bagnata, dove rimangono stesi in uno stato di leggere confusione.
L'ambulante spunta da dietro la bancarella, ci guarda, infuriato. Indicando i due Babbi Natale ai suoi piedi ruggisce: "Chi è stato?'' Segue una bestemmia che fa impallidire perfino i due protagonisti di poco prima.
Ci guardiamo, l'uno l'altro, nel modo di qualcuno che ha fatto una scoreggia silenzioso ma profumata in compagnia e non vuole ammettere il suo delitto.
"Non sono mica stato io'', gracchia l'anziano che si è fermato come primo al banco. "Sono appena arrivato.'' Brontolando prosegue la sua strada.
"Neanche io'', strilla una donna, la bicicletta alla mano, i riccioli protetti sotto il cappuccio impermeabile trasparente. "Ho già Babbo Natale.'' Spinge in avanti la sua bicicletta, passa sopra le dita del piede del venditore e lascia con la testa in alta il campo di battaglia.
"E neanche io'', mi sbriga prima che tutte le scuse sono finite. Alzo le mie due borse della spesa. "Ho le mani già abbastanza piene con queste.''
E così spariamo, uno per uno, ognuno per la sua strada. Uno va al macellaio, un altro va al panificio, il terzo va al fruttivendolo. Io vado al bar, ho bisogno di un caffè.

L'ambulante raccoglie i Babbi Natale e li riattacca al loro scala di corda. I loro abiti sono sporchi, alle loro barbe manca qualche ciuffo bianco, uno dei due ha gli occhiali rotti. Lui scuote la testa tristemente. Forse, con qualche sconto, riuscirà a trovare un cliente per i due disgraziati. Almeno, è quello ciò che spera.
E' appena tornato dietro la bancarella quando uno dei due Babbi Natale (quello dell'anno scorso) dice all'altro (quello di quest'anno): "Con te non ho ancora finito, omino.''

L'agitazione è rimasta ancora per tanto tempo al mercato di Calderara di Reno...

martedì 30 novembre 2010

Ammetto: parlo male l'italiano


Vivo in Italia dal lontano '98. Forse è meglio scrivere 1998, era dopo tutto un altro secolo. Non parlavo bene l'italiano. 'Si' (con la i, la ì era solamente un tasto non usato sul tastiere), 'no', 'prego', Po. E 'un piccolo po'', che è sempre meno di un po'.
Dopo quasi 13 anni sono migliorato: leggo i giornali in italiano (chi sa perché), leggo i libri in italiano, i prodotti al supermercato e nel libro di cucina non mi fanno più piegare le sopracciglia in due punti interrogativi enormi. Regolarmente sogno in italiano. Qualche volta anche in un mix di italiano e di olandese, dopodiché mi sveglio in uno stato di confusione totale.
Con l'italiano scritto e parlato mi sono sempre arrangiato, barcamenandomi in modo di evitare i vortici per me più rischiosi del oceano linguistico italiano. Passato remoto, congiuntivo presente, congiuntivo imperfetto, brividi. Mi sono sempre arrangiato, e bene direi. I miei errori grammaticali sono stati debito all'atmosfera durante aperitivi e feste noiose, le mie frasi artificiosi mi hanno fatto simpatico e hanno portato amicizia.
Mi sono sempre arrangiato bene, ma non basta.

Trovare un lavoro non è facile in questi tempi di crisi. Tanti anni di esperienza è un vantaggio, ma il collegamento logico di questa ricchezza con una certa età fa sciogliere il vantaggio come neve sotto i raggi del sole. Ormai è un problema con cui si fa i calcoli, con cui io faccio i calcoli. La conoscenza del francese (scolastico), dell'inglese (buono), del tedesco (buono), dell'olandese (ottimo) e dell'italiano (mi arrangio) è un bel peso dall'altra parte del bilancio. Pensavo. Sbagliavo. “Mi arrangio” forse fa rubare qualche bella risata ai colleghi, ma sicuramente non fa crescere la simpatia tra un datore di lavoro e un suo dipendente.

Per non dimenticare l'olandese ho cominciato a scrivere un blog in olandese in 2008. “Ron fa” si chiama. Ron sono io, che fa e che ronfa.
Per praticare l'italiano un po' più strutturale forse non sarebbe male cominciare anche un blog in italiano. Lo chiamo “Ron fa”. Ron sono io, che fa e che ronfa e che non parla bene l'italiano. Ma si arrangia.